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3月18日

Il Grande Sonno

 
*Incubo di una sera di primavera*
 
Non riesco a ricordarmi quando sia iniziato tutto.
E' come se tutto dietro di me fosse offuscato e confuso.
Eppure sento una vocina flebile che mi martella. Quando è successo?
Quando abbiamo cominciato a smettere di opporci all'anestetico che da sempre hanno tentato di somministrarci?
Quando abbiamo abbassato la guardia?
Non riesco a ricordare.
C'è come un blocco nella mia mente, che annaspa tra confezionatori di verità ed intrattenitori dal ben più importante ruolo.
Ci intrattengono, ci distraggono, ci blandiscono, e mentre ci accontentiamo della sempre più smilza carota, cominciamo a non sentire nemmeno più il bastone.
 
Dev'essere un materiale di nuova generazione quello con cui ci hanno rivestiti, dacché ci isola perfettamente da ogni percezione della realtà, costruendoci al contempo un avvincente videogame del quale ciascuno di noi è protagonista incontrastato.
Come si guadagnino i punti per avanzare di livello, non ci è dato di saperlo, ma del resto è un'informazione superflua, l'importante è giocare.
Menomale che c'è chi ci protegge dalla fiumana di notizie che potrebbe ogni giorno investirci e travolgerci confondendoci le idee.
Menomale che tutto viene prima vagliato, rimaneggiato e uniformato, altrimenti sai che caos se ognuno potesse accedere alle informazioni per conto proprio e magari sviluppare un'idea autonoma?
 
No no, ora ricordo.
 
Non abbiamo abbiamo abbassato la guardia, non ci hanno vinti...
Ci siamo consegnati spontaneamente, perchè solo così la nostra sicurezza sarà garantita.
E poco male se tornano nelle piazze scenari e attori che ci avrebbero fatto rabbrividire solo che qualche anno fa.
Anzi, menomale che ora abbiamo capito che è tutto normale, ma soprattutto che ora è tutto sotto controllo.
 
E mentre tutto si fa inspiegabilmente più chiaro in me, quella vocina che sentivo va spegnendosi, lasciandomi in bocca solo l'opaca sensazione di un conto che non torna.
Ma...un attimo, sta per cominciare "Chi vuol essere milionario"...tiro un respiro di sollievo e sorrido.
 
Non è successo niente.
 Morgana
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3月8日

Roma, primo amore

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Piedi (davvero un elogio a loro), autobus, metro. E sole. Tantissimo sole. Tiepido, che ti accarezza leggero mentre passeggi. Passeggi e senti. Sei lontana e vicina, le coordinate spazio temporali che conosci da quando hai percezione del mondo, per un istante, sembrano disobbedire alle leggi fisiche...ma ogni tanto fa bene. Respiri a pieni polmoni un'aria che sa di casa e di nostalgia di casa contemporaneamente.
E ridere, ridere un sacco, ridere a piena voce, ridere davvero. Capita raramente di ridere davvero. Spesso ridiamo in automatico anche se non ce ne rendiamo conto, ma quando ridi davvero invece te ne accorgi. Perchè quando ridi davvero sei felice.
Sei felice anche se sei a 500 Km da quella che chiami casa.
Sei felice anche se sai che lo sarai solo per qualche tempo.
Sei felice proprio perchè sai che lo sarai solo per qualche tempo.
Qualcuno di molto speciale oggi mi ha detto che è andata a vivere lontano, per sentire la mancanza di casa.

L'ho trovata un'affermazione illuminante.

Alcuni di noi hanno bisogno di allontanarsi da qualcosa per viverla davvero. E' così dolce la nostalgia quando la perdita non è definitiva. Alcuni di noi hanno un disperato bisogno di stimoli. Anche negativi o tristi, se è il caso.
Trattengo il respiro. Chiudo gli occhi e ascolto.

La risposta è: uscire dalle gabbie mentali, di qualsiasi genere siano, e magari fare un giro di campo in più rispetto a quelli che credevi di riuscire a fare anche se per questo devi sputare un polmone quando ti fermi. O magari partire.

La risposta è anche: condivisione.
Selezionata ovviamente.

Lascio un passo di Soldati che ho già citato in questo blog, ma che oggi mi è tornato prepotentemente alla mente.

 "[...] Il primo viaggio, la prima sera che il novo peregrin è in cammino, nasce la nostalgia, per sempre. Ed è il desidero di tornare non soltanto in patria, ma dappertutto: dove si è stati e dove non si è stati. Due grandi direzioni si alternano, verso casa, verso fuori. L'ora volge il desio. Ma è ormai un desio. Un avvertirsi comunque, e sempre, lontani.
Perciò, violento amore della patria e, spesso e dolorosamente, violento amore dell'estero. In fondo, è un solo amore: una nostalgica sintesi di opposti. E la via, la casa dove si nacque e crebbe, i luoghi pericolosi e fatati della nostra fanciullezza, càpita, passandoci, di restarne così commossi proprio perchè torniamo da lontano; non torniamo, cioè, non possiamo: abbiamo in noi la lontananza, e da questa li guardiamo e desideriamo.

Non capisce, forse non ama il proprio paese chi non l'ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre

."